L’ipocrisia sull’origine virus: ecco come i Democratici e i media hanno politicizzato il Covid-19


Bollata come “conspiracy theory” solo perché sostenuta da Trump, ora l’ipotesi dell’uscita del virus dai laboratori di Wuhan diventa “plausibile”. Biden dispone un’indagine, ma solo poche settimane fa aveva chiuso – nel silenzio generale – quella già aperta dalla precedente amministrazione. In 5 anni 600 mila dollari al Wuhan Institute of Virology dall’istituto Usa diretto da Anthony Fauci. I fact-checker come arma di lotta politica. Facebook rimuove il ban “anti-bufala” sull’origine da laboratorio del Covid, ma rilancia la censura con nuovi algoritmi


Alla fine il presidente Usa Joe Biden ha dovuto aprire – o meglio, come vedremo, riaprire – un’indagine dei servizi di intelligence sull’origine del coronavirus che ha causato la più grave pandemia degli ultimi cento anni. Tre mesi di tempo per scoprire (o almeno andarci vicino) se il virus si sia trasmesso all’uomo per vie naturali, o se sia fuoriuscito da un laboratorio cinese, riconoscendo che “un elemento tende verso la seconda ipotesi”.


Dopo le recenti inchieste del Wall Street Journal, ma anche quelle di Josh Rogin del Washington Post, i media americani (molto più dei nostri) hanno ricominciato a parlare dell’ipotesi che il virus sia uscito dai laboratori del Wuhan Institute of Virology (WIV), l’unico di livello 4 in Cina. Ricominciato, perché ne avevano parlato anche quando a insistere erano l’allora presidente Trump e il segretario di Stato Pompeo, ma con una differenza sostanziale: allora si trattava di smentirli; oggi, invece, di evidenziare la “nuova credibilità” dell’ipotesi, riconoscendo però che motivi per “sospettare” c’erano fin dall’inizio.


Meno credibili sono le intenzioni di Biden. L’apertura dell’indagine era dovuta, il minimo sindacale, dopo il ritorno del tema al centro del dibattito nazionale sul virus e la conferma di alcuni elementi, ma è lecito dubitare della buona fede e dell’impegno dell’amministrazione Biden: come si può esser certi che sia davvero intenzionata ad arrivare ad una ragionevole verità, e a comunicarla, visto che solo poche settimane fa, appena insediata, si era affrettata a chiudere (senza peraltro darne notizia!) una identica indagine aperta dalla precedente amministrazione?

Un’indagine curiosamente fermata proprio nel momento in cui era emersa la stessa informazione di intelligence sulla base della quale oggi la nuova indagine viene ritenuta necessaria (i ricercatori del WIV ammalatisi e finiti in ospedale, nel novembre 2019, con sintomi compatibili con quelli del Covid-19).

Il clamoroso “contrordine compagni” dell’amministrazione Biden, ma anche dei media mainstream e dei social network, rendono giustizia (in parte) al presidente Trump (e al segretario Pompeo). Sforzarsi di comprendere come il virus si sia trasmesso all’uomo, se non altro per combattere con maggiore efficacia la malattia e per capire come scongiurare in futuro nuove pandemie, e mettere sotto pressione Pechino per i suoi insabbiamenti e la sua mancanza di trasparenza, era semplice buon senso, eppure non praticato da nessun altro leader occidentale. Accusato per questo di voler politicizzare il Covid, per scaricare le sue presunte colpe nella gestione dell’emergenza, oggi possiamo affermare a ragion veduta che a politicizzare la questione sono stati in realtà i suoi avversari: i Democratici, i media mainstream, i social, e persino autorevoli scienziati, che assolvevano Pechino da ogni responsabilità proprio mentre emergevano chiari indizi di colpevolezza.

Fino a qualche mese fa chiunque osasse menzionare la possibile fuga del virus da uno dei laboratori di Wuhan veniva marchiato come complottista. I fact-checker delle due corazzate liberal del giornalismo americano, New York Times e Washington Post (che influenzano tutto il mainstream internazionale), ma anche dei principali social, sottoponevano a debunking e ridicolizzavano i malcapitati – presidente Trump compreso – mentre ai loro utenti più audaci Facebook e Twitter sospendevano addirittura l’account. Con incredibile faccia tosta, oggi pretendono di dare loro stessi l’etichetta di “plausibilità” all’ipotesi prima criminalizzata.

Mercoledì sera, subito dopo l’annuncio di Biden sull’avvio della nuova indagine, Facebook ha comunicato di aver rimosso il divieto di pubblicare post in cui si ipotizza che il coronavirus sia “man-made”. Il divieto era stato introdotto lo scorso febbraio per limitare la circolazione di ipotesi che oggi, ci dicono, appaiono plausibili, ma che in realtà già allora erano tutt’altro che infondate.

In una dichiarazione alla Cnn, un portavoce di Facebook ha spiegato che “alla luce delle indagini in corso sull’origine del Covid-19, e consultati esperti di salute pubblica, non rimuoveremo più dalle nostre app l’affermazione che il Covid sia prodotto dall’uomo”. Insomma, siccome ora il presidente Biden ha disposto un’indagine che contempla anche questa ipotesi, allora il social rimuove il ban. Il che è la dimostrazione che Facebook modifica le sue policies su ciò che si può pubblicare o meno sulla sua piattaforma sulla base di ciò che una parte politica, oggi al potere a Washington, ritiene in un dato momento verità “ufficiale”.

Zuckerberg e i suoi dovrebbero aver imparato la lezione, invece perseverano. Nelle stesse ore, infatti, hanno comunicato l’entrata in vigore di una nuova policy che consiste nella segnalazione automatica degli utenti che condividono periodicamente post ritenuti “bufale” dai soliti fact-checker politicizzati. Una volta segnalato un utente, gli algoritmi di Facebook nasconderanno gradualmente i suoi post dalla timeline degli amici. La censura che abbiamo sperimentato sull’origine del Covid è destinata dunque a ripetersi al cubo su chissà quanti altri temi…

Va detto però che i debunkers ebbero da subito gioco facile proprio grazie a “La Scienza”. La prima fonte “scientifica” a scartare in modo inappellabile l’origine artificiale fu, il 19 febbraio 2020, la rivista Lancet (peraltro nota per la politicizzazione di molte sue pubblicazioni “a effetto”…), pubblicando un articolo in cui alcuni scienziati pretendevano di dimostrare inequivocabilmente origine e diffusione naturale dal virus a partire dal suo genoma, bollando come “teorie della cospirazione” ipotesi alternative.

Come abbiamo già ricordato, un altro autorevole scienziato, Anthony Fauci, direttore dell’Istituto nazionale di malattie infettive e consigliere della Casa Bianca sul Covid, aveva scartato categoricamente l’ipotesi della fuga da laboratorio (e proprio all’indomani degli affondi di Trump e Pompeo verso Pechino). Lo stesso Fauci che con nonchalance oggi si dice “non convinto” dell’origine naturale del virus e, riguardo l’incidente di laboratorio, ammette in audizione al Senato che “that possibility certainly exists”.

Ma su Fauci, e sul team Oms che ha condotto la recente indagine a Wuhan, si allunga l’ombra di un conflitto di interessi, secondo quanto riporta il WSJ: la cooperazione con il principale sospettato, il Wuhan Institute of Virology.

Un database pubblico del WIV con circa 22 mila campioni e sequenze di virus, tra cui 15 mila dei pipistrelli, è stato messo offline nel settembre del 2019, ricorda il quotidiano Usa. Molte delle informazioni incluse in quel database erano state raccolte dal WIV durante la ricerca sui coronavirus condotta in collaborazione con la ong non-profit EcoHealth Alliance, finanziata dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), di cui Fauci è direttore. Martedì scorso in audizione Fauci ha ammesso che 600 mila dollari nell’arco di 5 anni sono arrivati al Wuhan Institute of Virology attraverso la EcoHealth Alliance. Incalzato dai senatori Repubblicani, ha negato che NIH e NIAID abbiano mai finanziato i controversi esperimenti detti “gain-of-function”, ma non ha potuto escludere che l’istituto cinese abbia usato i fondi anche per quel tipo di ricerche: “How do you know they didn’t lie to you and use the money for gain-of-function research anyway?”. “You never know”, è stata la risposta.

Il WIV e la dottoressa Shi Zhengli, soprannominata “bat woman”, sono noti per gli esperimenti di “gain-of-function”, in cui i coronavirus dei pipistrelli vengono manipolati, “potenziati”, per stabilire se possano diventare più contagiosi per l’uomo. Gli esperimenti della dottoressa Shi nel 2018 e 2019 hanno interessato in particolare il ruolo della proteina spike, attraverso cui sia il virus della Sars che quello del Covid-19 infettano l’uomo.

Il presidente di EcoHealth Alliance, Peter Daszak, ha negato che nel database rimosso dalla rete ci fossero virus simili al Sars-CoV-2, ma a far discutere, data la sua stretta relazione con il WIV, è la presenza di Daszak nel team Oms che nel rapporto conclusivo della sua missione ha definito “altamente improbabile” l’ipotesi di una fuga da laboratorio. Cioè, proprio da quel laboratorio di cui ha finanziato le ricerche con soldi Usa.

Il ribaltamento della narrazione sull’origine del virus ci offre però l’occasione per imparare una lezione (anche se dubitiamo che siano disposti a recepirla coloro che ne avrebbero un gran bisogno). La lezione dell’importanza del free speech e di un dibattito politico il più possibile aperto, anche quando (anzi soprattutto) si tratta di temi “scientifici”. Nessuna tesi, nessuna opzione, dovrebbe essere criminalizzata e censurata a priori. Purtroppo, invece, sembra che il fact-checking venga usato proprio a questo scopo. Come il Consiglio dei Guardiani della rivoluzione a Teheran filtra i candidati ammessi a concorrere per la presidenza iraniana, così in Occidente ci stiamo abituando ad una scrematura preventiva delle posizioni ammesse nel dibattito pubblico.

Salvo poi scoprire, come in questo e in altri casi, che la scrematura non è nemmeno genuina, non è onesta, non è basata sui “fatti”, ma è politicizzata. L’origine del virus dai laboratori di Wuhan è stata bollata come “conspiracy theory” solo perché sostenuta da Trump. Ora, senza che siano emersi nuovi indizi, solo perché Trump non è più alla Casa Bianca diventa plausibile e si rende necessaria l’indagine che qualche settimana prima era stata chiusa.

La questione è stata dall’inizio molto controversa, eppure, nonostante non mancassero esperti e scienziati che ipotizzavano una fuga da laboratorio già nelle primissime settimane di diffusione del virus in Cina, per tutti questi mesi i fact-checkers e media mainstream hanno continuato a zittire e silenziare le voci dissonanti basandosi unicamente su quell’articolo di Lancet, definendo così i confini della discussione pubblica sul tema. Dietro la frase “la comunità scientifica concorda sull’origine naturale del virus” c’era in realtà un solo studio, c’era al massimo una parte degli scienziati. Un po’ come capita sui “cambiamenti climatici”.

Oggi il Corriere scopre Jamie Metzl, non un “trumpiano”, un esperto di tecnologia e geopolitica che ha collaborato con Clinton e con Biden, che dal gennaio 2020 – come abbiamo riportato oltre un anno fa su Atlantico Quotidiano – sostiene che “il più probabile punto di partenza del coronavirus è una fuga accidentale dall’Istituto di Virologia di Wuhan”. Era lo stesso Metzl che, sentito un anno dopo dal Corriere, spiega:

“Non possiamo escludere la possibilità di un’origine in natura, è accaduto anche questo in epidemie passate, oltre che incidenti di laboratorio. Stavolta quest’ultima è l’ipotesi più valida perché sappiamo che il precursore del virus Sars-CoV-2 è stato trovato nei ‘pipistrelli ferro di cavallo’, che non si trovano a Wuhan, ma lì si trova l’unico istituto cinese di virologia di livello 4, con la più ampia collezione di ricerche sui coronavirus dei pipistrelli; e perché il virus si è manifestato già perfettamente adattato alle cellule umane: in quell’istituto si tenevano ricerche aggressive, con il fine di arrivare a cure e vaccini. Ritengo altamente improbabile che lavorassero ad un’arma biologica”.

Il 6 febbraio 2020, persino uno scienziato cinese, Botao Xiao della South China University of Technology, aveva pubblicato uno studio (anche questo lo trovate citato da Atlantico Quotidiano oltre un anno fa) in cui sosteneva che il virus fosse “probabilmente originato da un laboratorio di Wuhan”. Ma il ricercatore fu costretto a ritirare il suo studio dal regime cinese, impegnato all’epoca nel suo massimo sforzo censorio e intimidatorio.

Come finirà è già scritto, temiamo. L’indagine disposta dal presidente Biden non arriverà a nulla di definitivo (e, d’altra parte, senza la collaborazione cinese è molto difficile), si dirà che le agenzie di intelligence non hanno sufficienti certezze per avvalorare o scartare una delle due ipotesi. Servirà però a convincere l’opinione pubblica che si è fatto tutto il possibile per accertare la verità, ma che è il momento di guardare avanti, di impegnarsi a migliorare la cooperazione per la salute globale, con la Cina in primis. Fonte: Atlantico Quotidiano - di Federico Punzi - Foto: Atlantico Quotidiano